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More Sweetly Play the Dance

di Gabriella Taddeo

 

E' in corso fino al 2 dicembre "More Sweetly Play the Dance" dell'artista sudafricano Kentridge, con la curatela di Lia Rumma, nell'Arsenale di Amalfi, che rinnova la memoria di quei luoghi, che ospitarono nel 1968 la mitica, storica esposizione sull’arte povera promossa da Marcello Rumma, "Arte Povera più Azioni Povere", con la curatela di un giovane Germano Celant. Grazie ad essa si lanciò l'arte italiana nel panorama internazionale. Si tratta di un vero happening del contemporaneo. "Conosco l'importanza dell'evento del 1968 – dichiara Kentridge - quando Marcello Rumma portò ad Amalfi a esprimersi liberamente gli artisti che avevano protestato alla Biennale contro i limiti all'espressione artistica. Ma avevo 13 anni allora. L'Arsenale mi è sembrato uno spazio perfetto per mio lavoro, concepito prima del Covid. Per me è stato frustrante non lavorare lì, ma sono fiducioso di poter tornare ad Amalfi, a Napoli, in Europa, in quella parte del mondo che conosco bene, magari a novembre, anche per vedere la mia nipotina nata da poco e mio padre 97enne. Il Covid – aggiunge - ha fermato il mondo ma gli uomini non devono mai dimenticare di essere vivi, opporre resistenza, trascinare la propria esperienza e la propria storia anche quando, come in una danza macabra, sono costretti a passare di villaggio in villaggio". L'esposizione è stata rielaborata e riprogettata da un team tecnico: è una processione di silhouette umane che danzano attraverso 8 schermi, per una lunghezza di 40 metri lineari, all'interno dello spazio a volte crociate e in mattoni crudi dell'antica repubblica marinara (una sorta di rievocazione della danza macabra medioevale per le epidemie di peste presentata in anteprima nel 2015 all'Eye film institute di Amsterdam).

Musiche di diverso ritmo accompagnano lo sfilare delle immagini di uomini e donne che avanzano e roteano lungo paesaggi a carboncino disegnati dall'artista. Si susseguono uomini in divisa, gente attaccata a una flebo, oratori dal palco e segretarie accanto alla loro macchina da scrivere. Poi gli scheletri e le croci. La danza macabra, precisa Kentridge, era una maniera per farci capire che "tutti sono soggetti alla morte. Quello che abbiamo sentito fortemente nel momento della pandemia. Ma se continuavi a danzare lungo la strada, la morte passava da un paese all'altro. La resistenza era una celebrazione della vita, così come adesso i rifugiati trascinano se stessi da un posto all'altro resistendo e passando avanti. C'è bisogno di resistenza, nonostante le difficoltà… Il sudore, il respiro della danza hanno anche a che fare con l'essere vivi e con la resistenza. E se l'opera è stata pensata prima del coronavirus, ha a che fare comunque con la vulnerabilità della presenza che il coronavirus ha reso drammaticamente concreta. Le persone hanno ansia. L'ansia ha preso tutti anche qui nel mio studio di Johannesburg. Ma bisogna continuare a essere umani, esseri sociali, vivi". L'evento dedicato a Kentridge si collega idealmente alle tre rassegne che qui Marcello Rumma promosse e organizzò, fra il 1966 e il 1968. Rappresenta anche la terza tappa di "Amalfi e Oltre", nell'ambito del grande progetto di digitalizzazione della cultura della Campania per gli Archivi del Contemporaneo, attuato da Scabec, dopo il convegno "Progettare la Memoria: Strategie del digitale" promosso in collaborazione con l'Università di Salerno e la mostra "I sei anni di Marcello Rumma", inaugurata nel 2019 al Museo Madre.

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